Storia

THE HOME OF HAPPY FEET

Il mito del Savoy Ballroom di Harlem

Quella che avete appena visto è la testimonianza della leggendaria Norma Miller (componente dei Whitey’s Lindy Hoppers) che, con frenetica passione, ricorda cosa significasse per lei sognare il Savoy Ballroom ed entrarci per la prima volta. Le emozioni che Norma descrive sono mosse niente meno che dall’energia che scaturiva da quel mondo, per lei nuovo, divenuto la sua casa e quella di molti altri ballerini, musicisti e grandi nomi nel tempo. Sì, the “Happy Feet Home” lo chiamavano, e non a torto! È di questo che vogliamo raccontare, di una sala da ballo tra le più infuocate della Swing Era che oggi, purtroppo, non c’è più, sostituita da una targa memoriale e da un complesso residenziale, il Delano Village. Eh…qui ci sta un sospiro malinconico. Cari hoppers, quello che vi invitiamo a fare stavolta è di entrare in uno tra i più celebri locali del passato, un vero tempio per gli appassionati del genere, sapendo che, probabilmente, tra di voi qualcuno scambierebbe oro solo per poter rivivere una notte come quelle trascorse al Savoy.

WELCOME TO THE SAVOY. Facciamo un gioco: chiudete gli occhi per un attimo e lasciatevi catapultare nella New York degli anni ’30. Ok, è già bello così, d’accordo, ma spostatevi nel quartiere di Harlem. É da poco trascorsa la cosiddetta “Harlem Renaissance”, un fenomeno socio-culturale che ha riportato in auge la comunità afro-americana, e che influenzerà non poco molti progetti artistici dei compositori o dei musicisti che vi fanno ballare spesso. Siete su Lenox Avenue, tra la 140th e la 141st e The Track è davvero affollata, quella folla che Norma osservava ballare dalle finestre, ombre in controluce che alimentavano la sua fantasia di entrare. “The Track”, ossia “La Pista”, così si sente dire nel quartiere, mentre tutt’attorno è laWorld’s Finest Ballroom: il Savoy. Questa sala da ballo ha aperto le porte ufficialmente il 12 marzo 1926, ed il suo proprietario, l’ebreo Moe Gale (immortalato in questo scatto) ha affidato la gestione del locale all’afroamericano Charles Buchanan, nell’imprenditoria più antirazziale immaginabile per quei tempi, attirando una conseguente clientela molto vasta e differenziata. Una bella pubblicità, per il locale e per il processo di integrazione, laddove luoghi come il Cotton Club ammettono soltanto clientela bianca, seguendo politiche esclusive.

Il vostro primo step è per entrare, oltrepassando la linea di quelle ombre che hanno fatto tanto sognare Norma. Due piani: una hall che accoglie, e il dancefloor salendo le scalinata di marmo. Il locale sembra pieno, qualcuno dice che possa ospitare centinaia di persone, che sembrano moltiplicarsi nel riflesso delle pareti interamente rivestite di specchi. Lampadari di cristallo, tinte rosee e una novantina, su per giù, di dipendenti. Barman, musicisti, personale di sala e di accoglienza, buttafuori in smoking che si dice siano ex pugili o atleti, quindi meglio non farli arrabbiare. Tra loro c’è anche Whitey, quello con la striscia di capelli bianchi, lo conoscerete. Laggiù ci sono delle hostess che per 10 cents vi mettono al corrente degli ultimi passi nati e provati in pista, e ci potete anche ballare con loro, così siete sempre sul pezzo. Perfetto! Le luci invitano al divertimento, dal piano superiore arriva un energico sound: impossibile resistere.

Salendo, la pista è di legno, una forma un po’ allungata (forse è per questo che alcuni lo definiscono più un club che un puro locale da ballo). Ogni tre anni la devono risistemare, e non immaginate quante chewingum tolgono dal pavimento, Tutti danzano, ballano Lindy Hop, Flying Charleston, provano variazioni, sistemano un passo di quello e di quell’altro, si tuffano in una veloce Big Apple routine. Pure a Clark Gable, una sera, chiederanno se sa ballare, e niente di più, è l’unica cosa interessa. Il locale non chiude quasi mai, e l’atmosfera è così danzante che 1939, il Savoy parteciperà alla New York World’s Fair presentando “The Evolution of Negro Dance”. Il club ha dei ballerini professionisti, e si siedono tutti là, vedete? Angolo nord-est della pista, il “Corner” (poi lo chiameranno il “Cat’s Corner”): vedete tutta la creme de la creme scelta da Whitey, il buttafuori che avete visto prima e che è diventato caposala nei primi anni Trenta, agente (nonché talent scout) di quella crew, i Whitey’s Lindy Hoppers. Frankie Manning, Norma, Al Minns, Leon James, Ann Johnson, Willa Mae…sono tantissimi. Whitey li ha portati alla gloria, e ad Hollywood, dove hanno girato “A Day AT The Races” del 1937, o “Helzapoppin’”, solo per dirne due.

Ci sono due palchi, uno più grande dell’altro. I musicisti sono grandiosi, e i loro nomi molto conosciuti; suonano in continuazione in un live incessante, botta e risposta. Hanno detto che le bands si sfidano. Sissignore. Battle of the bands, la chiamano; non a caso, gli stages del club hanno visto musicisti e complessi di prima categoria, come il batterista Chick Webb, di casa al Savoy e leader di un gruppo strepitoso. Nel 1934, chiama con sé una giovane Ella Fitzgerald, vincitrice del contest all’Apollo Theatre. Tre anni più tardi, Chick Webb e la sua band sfideranno il complesso di Benny Goodman in un altrimenti detto “Cutting Contest”, che vedrà Chick vincitore. Di nuovo, un’altra storica battaglia sarà tra Webb e Count Basie, col medesimo finale (disaccordi in sottofondo). Naturalmente altri famosissimi artisti suoneranno al Savoy negli anni a venire, di quelli del Bepop, per esempio (sentite nomi come  Thelonious Monk, Charlie Parker, Dizzy Gillespie, ecc.), finchè il club chiuderà i battenti il 10 luglio 1958, ma non pensateci ora. La musica suonerà fino al mattino, il locale è gremito, e voi siete lì per ballare tutta la notte sulle note più richieste dello swing, tra tanti piedi felici.

Cari lettori, potete tornare alla realtà. Il Savoy ha serrato le porte alle nostre spalle, demolito assieme al Cotton Club per mano dell’urbanizzazione. Ora c’è più silenzio, tanta nostalgia, ma l’eco la si sente tutta, è ancora nell’aria: è su una targa esposta sul perimetro residenziale, è nelle parole descritte da Manning, in qualche scatto rubato al passato, nella leggenda; è nella memoria di chi ce lo ha raccontato e portato all’immaginazione, come Norma, che non dimenticherà mai l’attimo più eccitante di tutta la sua vita, quello in cui fu chiamata a salire le scale del Savoy Ballroom di Harlem.

 

La Fosca 

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